domenica 4 novembre 2012

L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue)

Illustrazione di Arthur Rackham per Ashenputtel dei fratelli Grimm
Dai sei a nove anni, come molte altre bambine, andai a scuola di danza.
C'era la convinzione, all'epoca, che le bambine dovessero studiare danza classica per acquistare grazia e femminilità.
Non funzionava quasi mai.
Però a me la danza classica piaceva davvero, anche se non tardai a scoprire che preferivo guardarla che praticarla.
Ogni fine anno la nostra scuola organizzava un saggio in teatro. Eravamo un branco di marmocchie ad aggirarci tra quinte e spogliatoi, perciò è facile immaginare che non fosse semplice tenerci a bada.
Proprio per questo c'era una signora che ci raccontava le fiabe, e noi ce ne stavamo buone buone ad ascoltarla finché non arrivava il nostro turno di entrare in scena.
L'unica fiaba che ricordo è questa.
Si tratta di una fiaba italiana molto antica. Nella raccolta di Italo Calvino viene riportata la versione abruzzese, ma è caratteristica anche di altre regioni. Nel Pentamerone di Giovan Battista Basile, del 1632, ce n'è una versione in vernacolo napoletano. Nel 1761 Carlo Gozzi ne fece una fiaba teatrale in cui comparivano anche personaggi della commedia dell'arte come Truffaldino e Pantalone.
Insomma, è una storia con una sua storia di tutto rispetto.


L'amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue)


C'era una volta un principe che era sempre assai triste perché non riusciva a innamorarsi.
Un giorno, mentre era a tavola coi genitori, si punse un dito e una goccia di sangue cadde sulla ricotta che stava mangiando.
“Oh, mamma”, sospirò affranto, “quanto vorrei trovare una donna bianca come il latte e rossa come il sangue.”
“Non dire sciocchezze”, rispose la mamma, “Lo sai che non è possibile: una o è bianca o è rossa. Ma se proprio ci tieni, figlio mio, allora parti e va' a cercare questa donna.”
Il principe si mise in viaggio. Cammina, cammina, incontrò un mago.
“O Principe, che vai cercando in lungo e in largo per il vasto mondo?”, gli chiese il mago.
“Io sto cercando una donna che sia bianca come il latte e rossa come il sangue, e quando l'avrò trovata la sposerò.”
“Sciocchezze, maestà. Una o è bianca o è rossa. Ma se proprio ci tieni, devi andare nel castello della gigantessa Creonta. Ma troverai delle difficoltà. Ci sarà un portone dalla serratura arrugginita, un cane da guardia, una corda umida nel pozzo del cortile e una vecchia che spazza il camino coi seni. Eccoti un po' di lardo, con questo ungerai la serratura e i cardini del portone. Eccoti una pagnotta, la darai al cane. La corda invece dovrai stenderla al sole e farla asciugare, e qui ci sono delle scope che darai alla vecchia. Poi entrerai nella stanza più interna e troverai tre melarance. Prendile e scappa. Quando le aprirai potrai trovare la tua donna bianca come il latte e rossa come il sangue. Ma bada di aprire quei frutti solo accanto a una fontana.”
Il principe ringraziò e andò al castello della gigantessa.
Trovò la porta con la serratura e i cardini arrugginiti e li unse.
Poi trovò il cane da guardia che abbaiava, ma lui gli diede la pagnotta e il cane si mise a mangiare lasciandolo passare.
Entrò in un cortile dove c'era un pozzo, e la corda del secchio era tutta umida e ammuffita. Lui la stese al sole e la lasciò asciugare.
Poi entrò in una cucina dove c'era una vecchia che, non avendo scopini, spazzava il camino con i suoi seni. Lui le diede le scope e lei lo lasciò entrare in un salone.
Qui c'era la gigantessa che dormiva, e c'era anche un piedistallo con sopra tre grosse melarance.
Il principe prese i frutti e scappò via, ma la gigantessa si svegliò e cominciò a chiamare aiuto:
“Vecchia, vecchia, ferma quel giovane.”
“No”, rispose la vecchia, “perché in tanti anni tu non mi hai mai dato scope per spazzare il camino, e lui sì. E io non sarò tanto sgarbata da nuocere a chi mi ha aiutato.”
“Corda, corda”, continuò la gigantessa, “srotolati e acchiappa quel giovane.”
“Non lo farò”, rispose la corda, “perché in tanti anni tu mi hai lasciato all'umido a marcire, e lui mi ha steso al sole e mi ha fatto asciugare. Non sarò sgarbata con chi è stato gentile con me.”
“Cane, cane”, disse la gigantessa, “mordi quel giovane e portalo qui.”
“Non ci penso neanche”, rispose il cane, “tu non fai che lasciarmi morire di fame, mentre lui mi ha dato una bella pagnotta da sgranocchiare. Non sarò cattivo con chi è stato buono con me.”
“Portone, portone”, urlò la gigantessa, “chiuditi e non lasciar scappare quel giovane.”
“Non lo farò”, rispose il portone, “in tanti anni tu mi hai sempre trascurato, lui invece è stato gentile e mi ha unto la serratura e i cardini, perciò adesso io lo aiuterò.”
Così dicendo il portone si spalancò e il principe riuscì a scappare e a mettersi in salvo con le sue melarance.
Quando fu lontano trovò una fontana e aprì la prima melarancia.
Non appena l'ebbe fatto dal frutto uscì una fanciulla bellissima che gli chiese, con sguardo languido:
“Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe non aveva nulla per raccogliere acqua, provò a farlo con le mani per versarla nella bocca della fanciulla, ma non fece a tempo e la ragazza morì.
Aprì la seconda melarancia, e da qui sbucò una fanciulla ancor più bella della prima che gli disse:
“Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe cercò di raccogliere l'acqua con le mani, ma anche stavolta non fece a tempo e la fanciulla morì.
Aprì la terza melarancia, e da qui uscì una terza ragazza anche più bella delle prime due messe insieme, e questa fanciulla gli disse:
“Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe allora prese una manata d'acqua e, senza tante cerimonie, gliela spruzzò in faccia, così la fanciulla si riprese.
Era proprio come l'aveva sognata lui, bianca come il latte e rossa come il sangue.
“Io ti sposerò, parola mia”, disse il principe, “Però prima devo andare a cercarti dei vestiti.”
Infatti la fanciulla era tutta nuda come mamma l'aveva fatta e non poteva andare in città così. Perciò il principe le chiese di nascondersi tra le foglie dell'albero accanto alla fontana, lui sarebbe andato in città a procurarle dei vestiti, poi sarebbe tornato e l'avrebbe portata con sé a palazzo.
La fanciulla si nascose e il principe partì.
Poco dopo arrivò alla fonte la Brutta Saracina, che era una sguattera brutta e avida, e che era lì per prendere una brocca d'acqua.
Quando la Brutta Saracina si affacciò sulla fontana vide il volto della principessa riflesso nell'acqua e pensò che fosse il proprio riflesso.
“Ma una bella come me non deve fare la sguattera, deve fare la signora!”, esclamò. Perciò buttò la brocca in terra e se ne tornò a casa senz'acqua.
La sua padrona però si arrabbiò e la rimandò alla fontana con un'altra brocca.
Di nuovo la Brutta Saracina vide il riflesso della principessa e, scambiandolo per il proprio, ruppe anche la seconda brocca e tornò a casa tutta impettita.
La padrona non volle sentire ragioni, le diede un'altra brocca e la rimandò indietro.
E stavolta, mentre la Brutta Saracina vedeva quel bel volto riflesso e lo scambiava per il proprio, la principessa non riuscì più a trattenersi e scoppiò a ridere, e allora la sguattera capì che quella bella non era lei, ma una ragazza che si nascondeva nell'albero e ne fu invidiosa.
“Come sei bella, principessa”, le disse fingendosi gentile, “e se mi permetti di pettinarti sarai ancora più bella.”
La principessa non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina tanto disse e tanto fece, che alla fine la principessa scese. E non appena l'ebbe a portata di mano, la Brutta Saracina si levò di petto uno spillone e lo conficcò in un orecchio della principessa, che morì all'istante. Ma la Saracina non si accorse che da quell'orecchio era uscita una goccia di sangue che non appena aveva toccato terra si era trasformata in una colomba ed era volata via.
La Brutta Saracina buttò la principessa morta nella fontana, poi si spogliò e salì sull'albero.
Il principe arrivò e chiamò la sua principessa.
“Dove sei, mia amata?”
“Sono quassù, come m'avevi detto tu.”
“Ma com'è che prima la tua voce era dolce e adesso è aspra?”
“È arrivato il freddo e mi ha cambiato la voce.”
“E com'è che prima eri bianca come il latte e rossa come il sangue e adesso sei tutta scura?”
“È arrivato il sole e mi ha bruciato.”
“E com'è che prima eri bella e adesso sei brutta?”
“È arrivato il vento e m'ha portato via la bellezza.”
Ma comunque, lui ormai aveva promesso che se la sarebbe sposata [nelle fiabe quando un re o un principe promette qualcosa, poi è obbligato a mantenere la parola data, qualunque cosa abbia promesso, NDR], perciò la fece vestire, se la portò a palazzo e se la sposò.
Ma a palazzo, nelle cucine, tutte le mattine arrivava una colomba, e questa colomba parlava al capocuoco e gli chiedeva che facesse il principe, che intanto era diventato re, assieme alla regina.
“Mangiano, bevono e dormono”, rispondeva il capocuoco.
E la colomba si scuoteva tutta e gli dava delle penne d'oro in cambio di un po' di zuppa.
Alla fine il capocuoco trovò che questo fosse molto strano, perciò andò a raccontarlo al re e alla Brutta Saracina, che era diventata regina.
E la Brutta Saracina s'insospettì, perciò un giorno andò anche lei a vedere la colomba e, capito che si trattava della principessa della melarancia, prese un altro spillone e lo conficcò nel petto della colomba.
La colomba morì, ma una goccia del suo sangue cadde in giardino e subito divenne un albero di melarance.
Quest'albero si riempì di frutti magici che avevano una particolarità: se una persona in fin di vita li mangiava, subito guariva e tornava in forze.
Perciò la gente accorreva a prendere i frutti, e alla fine rimase una sola melarancia. La Brutta Saracina decise di tenersela lei per bellezza, ma arrivò una povera donna che aveva il marito in fin di vita, e il re persuase la moglie a lasciare il frutto a quella poveretta.
Quando la donna arrivò a casa, però, vide che il marito era già morto, perciò decise di tenersi la melarancia per bellezza.
Quella era una donna molto pia, che ogni mattina andava a messa, e quando non c'era la melarancia si apriva e ne usciva la principessa, che si metteva a pulir casa, a cucinare e a sistemare tutto, e poi tornava a nascondersi nel frutto, e quando la donna tornava a casa vedeva che i mestieri erano già stati sbrigati e non capiva chi fosse stato.
Lo raccontò al parroco, e questo le consigliò di far così: “Un mattino fai solo finta di andare a messa, però torna prima in modo da sorprendere chi è che t'aiuta.”
La donna così fece, e vide che dalla melarancia usciva una ragazza bellissima, bianca come il latte e rossa come il sangue, che si metteva a far le pulizie. La donna entrò in casa e la principessa le raccontò la sua storia. La donna si commosse, decise di accoglierla in casa sua e, dopo averla fatta vestire come lei da contadina (perché la fanciulla era sempre tutta nuda come mamma l'aveva fatta), la prese con sé.
La domenica seguente le due donne andarono a messa. A messa c'era anche il re, che vide la fanciulla e anche se era passato tanto tempo e lei era vestita da contadina, la riconobbe.
Così l'attese all'uscita dalla messa e la fermò, e lei gli raccontò di come la Brutta Saracina l'avesse uccisa per due volte con lo spillone per prendere il suo posto.
Il re l'abbracciò, poi mandò a chiamare la Brutta Saracina che venne condannata al rogo indossando una camicia di pece, e quindi sposò la sua principessa bianca come il latte e rossa come il sangue.

2 commenti:

Elena ha detto...

Dopo tanto tempo mi sono ricordata di questa fiaba che ci raccontava la maestra alle elementari. Sono proprio contenta di averla trovata qui. Anche per me rappresenta un caro ricordo.

giovanna fazio ha detto...

Anche per me è un caro ricordo☺era contenuta in un bellissimo libro che mi regalò mio padre quando avevo sette anni "favole favolose" si intitolava ed era meravigliosamente illustrato...Grazie Papà...Giovanna